15
2007
300
Con colpevole ritardo ho finalmente visto 300 l’adattamento cinematografico della graphic-novel di Frank Miller e devo dire che me lo sono proprio goduto. Sarà che mi piacciono i film esagerati ma qui tutte le sequenze sono da cult, tutte le frasi sono one-liner memorabili, tutte le pose iper-plastiche, tutti gli uomini sono statue di bronzo e tutte le donne hanno capezzoli turgidi su cui appendere mantelli cremisi.
Perchè QUESTA È SPARTA!
Ok forse ho peccato di entusiasmo, in ogni caso 300 resta un’ora e
47
minuti di
puro eye-candy testosteronicoun’ora e 47 minuti di puro eye-candy testosteronico.
Zack Snyder regista videoclipparo alla sua seconda prova sul grande schermo dopo il riuscito remake del classico di George Romero Dawn of the Dead si cimenta nella trasposizione da un fumetto cavalcando uno dei trend più caldi di Hollywood e punta direttamente ad uno dei titoli più ambiziosi trattandosi di un capolavoro che trascende i confini del genere.
Non mi dilungo molto sull’opera, limitandomi a lamentare come al grosso successo dell’uscita cinematografica non abbia corrisposto una riedizione in paperback come avvenuto ad esempio con V for Vendetta.
Possiamo dire che in un certo senso l’uscita di questo film chiude un cerchio visto che la passione, o forse si potrebbe parlare di ossessione, milleriana per la storia della battaglia delle Termopili nasce dalla visione di un film, L’eroe di Sparta (The 300 Spartans) e si riflette in una delle storie di Sin city, The big fat kill (Sin City, Book 3) in cui la gola delle Termopili diventa un vicolo cieco dove il numero dei gangster gioca a loro sfavore portandoli a venire massacrati da uno sparuto gruppo di “eroi”. Ma la vicenda dei 300 di Sparta è troppo grande per non venire raccontata a dovere e Miller lo fa a modo suo, rivisitandola, spettacolarizzandola, attualizzandola con il suo linguaggio che non può e non deve essere quello di Erodoto. Nascono così i cinque volumi di 300. Miller gioca con la luce, con le inquadrature, si cita addosso. Più di un fumetto è uno storyboard bello e pronto in attesa di un regista sufficientemente visionario e coraggioso da portarlo sul grande schermo. Arriviamo così ai giorni nostri, con il budget adeguato e gli effetti speciali necessari, parafrasando il celebre telfilm: “abbiamo la tecnologia, possiamo ricostruirlo”.
La pellicola può vantare una color correction minuziosa che ricalca egregiamente il lavoro di coloritura effettuato da Lynn Varley nel corrispettivo cartaceo restituendo una fotografia, se di fotografia è lecito parlare trattandosi di un film realizzato quasi interamente in bluescreen, lavata in una luce nei toni del bronzo. Sono gli stessi colori, quelli del bronzo, della terra e del sangue che la Varley ha utilizzato nel suo capolavoro di colorista. Nelle immagini c’è una forte predominanza di chiaroscuro espressivo a sottolineare la fisicità ferina dei protagonisti. C’è un abuso di slow motion ma con metodo: senza deludere le aspettative del pubblico le sequenze di combattimento si allineano agli standard post-matrix ma in luogo dell’inflazionato bullet-time viene utilizzato uno slow-motion ad alta frequenza di fotogrammi che dilata il tempo dell’azione amplificando elementi come lo scorrere del sangue dalle ferite.
L’effetto è volutamente irreale trattandosi di una riproduzione quasi frame by frame del fumetto o forse sarebbe più corretto dire iper-reale nel senso di una realtà aumentata, ingigantita e deformata dal genio creativo di Miller che sposta pertanto l’opera fuori dai confini del genere storico ponendola in un contesto di historical fantasy. In questo senso sono assolutamente fuori luogo le critiche di inaccuratezza storica rivolte al film, ci sono ovviamente delle licenze ma per fare un paragone il campo di gioco è lo stesso di Alexander l’anime trasmesso qualche anno fa da MTV più che il film di Oliver Stone.
Trasfigurata nell’epica di Delios, un narratore che ci viene detto “sa come rendere interessante un racconto”, la storia si popola di personaggi che trascendono l’umano: colossi deformi, olifanti, efori che sono gusci avvizziti privi di umanità alimentati solo dalla loro bramosia, l’elite combattente di re Serse, i diecimila Immortali comandati da Idarne rappresentati come guerrieri senza volto celati da grottesche maschere d’argento. Lo stesso Serse interpretato da un’irriconoscibile Rodrigo Santoro è una sorte di gigante, un vero e proprio uomo dio. I tratti distintivi dei personaggi sono estremizzati, resi archetipali come è consono alla narrazione epica che si colloca in una prospettiva astorica ed universale, valga come esempio il personaggio di Efialte, il traditore che è convenientemente un freak sfuggito al suo destino di venire gettato dalla rupe di Sparta* a dimostrazione vivente delle conseguenze nefaste dell’abbandono dell’ideale di vita spartana.
In quest’ottica sono assolutamente pretestuose anche le polemiche relative alla strumentalizzazione politica della trama che risente certamente delle semplificazioni operata da Miller nella trasposizione del fatto storico, 300 tuttavia non narra tanto di uno scontro di culture quanto del valore di pochi che osarono battersi contro molti e dell’anelito alla libertà come diritto ultimo e inalienabile. Poco importa che storicamente Sparta sia stata la meno ricca di istanze libertarie tra le poleis greche.
Certamente la cultura spartana viene presentata in maniera schematica, d’altro canto non si tratta di un documentario o di una ricostruzione con pretese filologiche ma di un’opera di fiction che ha il suo punto di forza nella resa spettacolare ed il suo punto debole nel plot e nei dialoghi (sì prima scherzavo). È questo il limite di Miller che è il più “cinematografico” dei grandi autori del fumetto moderno a differenza ad esempio di Moore che è decisamente più “romanzesco” nel linguaggio sia per quanto riguarda la densità del testo delle didascalie sia per lo studio e la cura dei dialoghi. Tutte considerazioni, comunque, che vengono spazzate via dalla potenza retorica di un THIS IS SPARTA!
*che, lo ricordo a beneficio dei visitatori che ci raggiungono con questa chiave di ricerca era il monte Taigeto (Ταυγετος) e non la rupe Tarpea che si trovava invece a Roma
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