feb
9
2003

Debugger emozionale

di Harlequin  //  Blog  //  Commenti disabilitati  // 

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Agisco senza pensare alle conseguenze, una scintilla nel sistema nervoso, una contrazione del pollice. Eseguito. Sei stata cancellata. Non ho modo di recuperare quel numero come non ho modo di recuperare te.
Non importa oramai, la senzazione di vuoto dura solo un istante, poi apro il sacchetto di cellophane, estraggo le posate di plastica e mi appresto a terminare il mio pranzo.
Tra mezz’ora in ufficio.

Oggi ho cancellato un anno di email, un flusso continuo di parole che scrolla come il codice binario di Matrix (non è fluido, guarda gli scossoni, non li programmano più scroller fluidi come sul Commodore, a quei tempi si programava basandosi sul refresh del monitor, almeno così dice il mio amico programmatore), ho cancellato ogni traccia, ogni immagine.
Mi scorre davanti agli occhi un fiume di battute ed accuse, ricatti morali e scuse. Un campionario di errori infinito. Umano. (Are you sure? Delete Cancel). Riempio il cestino, non voglio pensarci più. Non voglio pensarti. (Non ti penso). Non voglio pensare.

In mezzo c’è tutto un altro mondo di battute ed emozioni in byte. Mi fa sorridere. Alcune, temo, non ritorneranno. Mi mancheranno. Mi mancano. Non ci voglio pensare. Non ci devo pensare.
Svuoto il mio cestino. Archivio. Lancio uno scan disk.
Mi preparo al defrag. Devo andare avanti. Vado avanti.
Me l’hanno ripetuto tante volte che comincio a ripetermelo anch’io. Da qui a crederci davvero c’è un abisso.

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