17
2002
Gea
Oggi sono andato a mangiare da solo. Non che sia un’eventualità impossibile a verficarsi, ma giusto per informarvi dei parametri del caso.
Oggi, dicevo, sono andato a mangiare da solo. La collega con la quale vado di solito a mangiare non c’era, e in compenso tutti gli altri sono andati con la collega che di solito evito come la diarrea a spruzzo, per cui oggi sono andato a mangiare da solo.
L’ufficio è in perifieria a Milano, lontano dal centro lungo una delle arterie che portano alla tangenziale, e ai margini di tutto ciò che non è edificato ci sono reticoli, buchi nell’asphalto e prati incolti, quei prati selvaggi di ortiche ed erbacce varie che sono lasciati lì finchè qualcuno non compra il terreno e ci costruisce su un ufficio in cui un Maffa di questi poi va a perdere il proprio tempo in joyriding scrivendo nius come queste per Neoprene.
Sono andato a mangiare in una trattoria fetente, in cui mi sono sbrodolato di olio d’oliva mentre cercavo di farmi delle bruschette olio e sale in attesa che degli anelli di calamari surgelati uscissero pseudoimpanati dal forno a microonde. Nel frattempo che questo avveniva, mi sono sguazzato nella birrapinta.
Sono uscito. O meglio, ho fatto la coda per pagare e poi sono uscito. E mentre camminavo ho fatto l’altra parte della strada rispetto all’andata, sperando di tagliare una curva (in realtà non ho tagliato proprio niente, era solo che ero mezzo ciucco ed ero convinto di questa cosa). E dall’altra parte della strada, mentre cercavo di guardare noncurante le tette di una sarariman inglese che proveniva dal senso contrario, ho visto una cosa che oggi era meglio se non avessi visto. Il paletto che teneva la rete davanti al prato incolto alla mia destra era stata abbattuto.
La mia infanzia (non adolescenza, infanzia) a CAMPOMORONE (lo scrivo grosso nella speranza che rimanga nelle teste di qualcuno: se questo qualcuno un giorno dovesse vederlo scritto su un grosso cartello stradale bianco, giri la macchina e torni da dove è venuto) si è svolta per buona metà del mio tempo libero in prati del genere, spesso per cercare di recuperare i Supertele che buttavamo dai campi di pattinaggio in cemento sui quali spendevo l’altra metà del tempo. Ci sarebbero da aggiungere al conto, a dire il vero, i mesi passati a guerreggiare con le cannette*, ma eravamo un po’ sui prati e un po’ in strada, per cui il calcolo è ugualmente giusto.
Dalle mie parti, questa specie di prati vengono chiamati genericamente “Gea”. Da liceale, mi sono chiesto se questo termine non fosse di derivazione dotta, una sorta di ritorno delle cose alla Dea Terra seppur nelle imprecazioni di bambini (“M’o belín, hai buttato il pallone nella Gea! Ora ce lo ricompri te!”); poi mi sono messo assieme ad una ragazza dalle grosse tette e ho smesso di pormi simili oziose questioni.
La Gea è sempre stata la frontiera, per noi bimbi, specie quando eravamo nell’età tra la fine delle elementari e il primo anno delle medie. Giocavamo a nascondino su un’area ridicolmente enorme, un kilometro quadrato circa e tutto in pendenza tutt’attorno a via Liguria, e avevamo trovato una serie di passaggi segreti e nascosti tra palazzi, tetti di garage, terreni, tutte cose che poi ci sarebbero serviti successivamente per le faide di cannette*.
Eravamo bravi, io il meno bravo del gruppo perchè mi cagavo in mano a fare tutte quelle scalate di pareti di cemento con piccoli buchi per scolo di acqua piovana, campi di ortiche, reti a maglie semilarga verdi, cani da schivare, e sopratutto i salti alti da fare al ritorno quando non si poteva più scalare in discesa. Quando mi sono impratichito, ho avuto un paio di buoni punti a mio favore.
Per esempio l’aver trovato una cava di giornalini porno dentro una balla di rovi in via Villa Perrone, cosa per la quale, sebbene non sapessimo molto bene cosa farcene, ho avuto buona pubblicità in prima media, (poi in seconda ho cominciato a prenderle di santa ragione. Sic transit gloria mundi).
Le scorciatoie le conoscevamo solo noi della nostra classe, e credo che ancora oggi nessuno le sappia. Solo chi ha fatto la 4° e 5° A alle elementari di Campomorone tra la classe ’75 sa dove sono quei passaggi. Già i nostri acerrimi nemici, queli di via Circo(nvallazione), non lo sanno tutt’ora, per dire.
Insomma che ho visto la rete giù. Ho visto la distesa del prato, le siepi di rovi e piante varie che neanche un botanico sarebbe in grado di decifrare. Era un prato che volendo seguirlo fino in fondo ti avrebbe portato si e no fino a Mantova (sbulacco**).
È stato duro vedere le mie gambe che però continuavano a camminare noncuranti per la loro strada, verso l’ufficio, mentre il tronco si girava per vedere l’opportunità che avevo davanti. La scarica di adrenalina e la soddisfazione a saltare da quei muretti è una delle cose indimenticabili della mia vita, cose che mi hanno aiutato ad essere meno sfigato di quanto non sia ora.
Mi sono girato come un Mech, guardando perso quel buco nella recinzione.
Ora sono qui che vi scrivo. Ho deciso di scrivere perchè non sono entrato nel prato. Poi visto che non lo sapevo, mi sono detto “comincia a scriver su stronzate sulla tua infanzia, che fa tanto nius, poi qualcosa ti verrà in mente”. Sì sì. Infatti ho scritto. Lo sto facendo anche ora. Però non ho mica ancora capito perchè non sono entrato dentro quel prato.
* = Dicesi cannetta un tubo da tende, di quelle bianche zigrinate, segato a metà e separato da due mollette smontate, ed unite da scotch isolante nero. La cannetta, arma tradizionale dell’Alta Valpolcevera, simile ad una doppia cerbottana, si alimenta principalmente a stucco (quando costava ancora solo 10000 lire al kilo), o per i più cattivi, a stucco con la pietra dentro. Per lo più spara colpi singoli, anche se è possibile il doppio colpo (mettendo in bocca tutt’e due le canne)
Si conoscono famose variazioni alla cannetta, come quella triangolare di un Ticco, che però subito accantonò (essendo stato bimbo intelligente), o quella multipla, o “a castello”, formata da ben otto cannette, di proprietà di Dessa, che si ostinò ad usare, nonostante il palese handicap che rappresentasse quell’arnese, ed ad andare avanti scannettando fino a pochi anni fa, cioè dopo oltre 10 anni dopo che l’ultimo di noi ha sparato l’ultimo colpo di cannetta contro la finestra di qualcuno.
** = esagero. (da sbulaccare, lett. farla fuori dal bulacco, genov. per secchio)
tweets
- @IoeAnnie Rocco Siffredi?
- Timidissimi segnali di ripresa.
- ok vediamo quanto riusciamo a far cagare oggi. senza capitano. (che per me poteva partire a giugno)
- yup quindi i tatuaggi di cupcake sono espressione modaiola da mischiare con Old School http://t.co/jkyV3P7m @dilestella e roba "ironica"
- avevo fatto una spesa salutista ma poi ho svaccato con la cioccolata. brutta cosa la dipendenza.








