apr
20
2002

Hyacinth House

di Erica  //  Other Voices  //  Commenti disabilitati  // 

what are they doing in the hyacinth house? they please the lionsla porta mi aveva appena vomitata in mezzo alla strada, quando sono inciampata nel tuo cadavere.
se ne stava, fermo e lento, con la rigidità dei tuoi ultimi sguardi, immerso nella fanghiglia piovana.
ho cercato di raccoglierti, ma mi scivolavi tra le dita, e ti lasciavo sulla pelle segni scuri e rappresi.
ho cercato di parlarti, ma la voce non mi usciva dalla gola gonfia, e non rispondevi, probabilmente non capivi, non concepivi, non compativi.
ho cercato di baciarti, e mi sono ritrovata con la bocca piena di fango.
ti ho guardato negli occhi per vedere se avevano cambiato colore, ma erano rimasti dritti e fissi, pezzi di specchio che riflettevano ogni voltare dello stravento bagnato.
allora mi sono alzata da terra e me ne sono andata barcollando, cercando un angolo dove poter brillare senza dovermene vergognare.

certe cose mi scorrevano davanti in un laconico color seppia. pioveva, e nello stomaco la coca buton festeggiava il capodanno cinese.
ti ho scacciato con una mano, come fumo negli occhi, e sono andata a cercare qualcuno che mi tenesse un po’ di compagnia.

ultimamente osservo attentamente volti e voci in cerca di indizi, e ogni tanto, qualche sera particolarmente chiara, rimango incantata agli occhi di qualcuno, a un qualche verde o azzurro o castano ambrato che mi riesca a scaldare un po’ più di una sigaretta. allora offro l’ultima sigaretta (in silenzio), perchè un paio d’occhi val bene l’ultima sigaretta.
ogni tanto riesco anche a farli avvicinare, gli occhi, e vederli meglio, guardare come dalla pupilla si decolorano lentamente a raggiera verso i bordi più scuri.
sono in cerca di indizi, ma non sto cercando te. e mentre cerco, con tutti parlo e a nessuno dico il mio nome.

ci sono cani e padroni, e padroni che sembrano cani e hanno lo stesso odore bagnato.
ci sono ragazze che ballano storte avvinghiate in mezzo alla strada.
c’è un ragazzo che domani torna a Londra insieme a un paio di iridi azzurre che presumibilmente non rivedrò mai più.
ci sono altri che mi chiedono cosa mi aspetto e perchè, e si soffiano via i capelli dal volto affilato.

c’è un bambino dagli occhi trasparenti che respira il fumo denso della mia ultima sigaretta. è piovuto nel mondo non si sa come non si sa perchè, non lo sa ed ha imparato a non chiederselo. non ha alibi neri e paresi circostanziali impostegli dal rango e dal censo, anche perchè non sa cosa sono. cerca di non farsi troppo notare, e contemporaneamente la sua presenza è un urlo soffocato senza mestiere.
non ha studio, il bambino, solo quattro stracci sfregiati da icone scadute in omaggio alla devastazione che non ce la fa a raggiungere. non ha trucchi nel cappello, solo ricordi spettinati. e non mi porta niente in dono se non botte e risate e un sorriso troppo stanco e incapace di teatralità. e per viaggiare si affida al caso e alla necessità.

questo vedo quando ti guardo, e mi fai la tenerezza di un bambino piovuto nel mondo non si sa come non si sa perchè, che aspira boccate di fumo tentando di schivare gli spigoli.

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