set
26
2002

Il cielo sopra il belino

di Erica  //  Other Voices  //  Commenti disabilitati  // 

capire cosa non va, c'è da lasciare al fuoco le maschere
la mattina ipnotica mente sedute al tavolo del bar dei ladri guardavamo la lista e c’incazzavamo sulle spremute, fottendoci i soldi del treno in sciopero per due salatini in croce e un cappuccino lisergico. girellavamo abbastanza vaghe e trovavamo tutto chiuso (sarà un segno diddio, sarà perchè è domenica, sarà perché ti amo). la domenica è la mattina di chi porta a spasso i baBBini, chissà quante volte avevamo percorso quella strada in passeggino e non ce lo ricordavamo. uh. troppo tempo fa.

sedute sul ramone di un alberone mangiavamo focaccia e ci scattavamo fotografie. intorno, la ragnatela di cui ognuno è ad un capo si tendeva e vibrava infinitamente.
prova ad immaginarti pensieri parole opere e omissioni di ogni persona che ti taglia la strada. prova a farlo, e dimmi come ti senti. pensa alle virgole. pensa a come in tutte le equazioni il risultato impazzisca ad una virgola della variabile.

con la faccia pitturata e una mano occupata da un’altra mano giravo per via italia alle cinque e mezza di domenica circa. qualche decina di minuti prima ero tornata all’asilo e correvo per i giardini in assetto da battaglia, con i polpastrelli gocciolanti di acquarello rossoverdegiallo tendevo agguati alla città e ridevo forte, e nessuno aveva programmato nulla del genere. semplicemente dopo aver scoperto che l’unico modo per disegnare il tronco di un albero è usare le venature delle proprie impronte digitali a qualcuno era rimasto del colore sulle dita, e la guerra era cominciata. ne eravamo uscite con tutta l’iride stampata sul viso e il morale alle stelle. il carnevale è uno stato mentale, e chi ha il carnevale in testa non combinerà mai niente nella vita.

domenica, in via italia, alle cinque e mezza circa, la gente che di solito cammina fissando il proprio cinto pelvico o al massimo i sanpietrini della strada ci chiedeva tagliente se era carnevale, la gente che volevamo baciare si spostava anche se il colore era asciutto e la nostra conoscente che non sorride mai si era fatta una bella ghignata vedendo le nostre facce. il direttore dell’orchestra jazz ballava sul palco, gli spettatori erano fermi. il sassofonista panciuto aveva la faccia da sassofono e gli occhiali in bilico sulla punta del naso, e io scossi la testa per farmi uscire i coriandoli dalle orecchie.

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