dic
7
2003

Incipit

di Harlequin  //  Racconti  //  Commenti disabilitati  // 

Veniamo tutti al mondo urlando. Un modo plateale di asserire la propria esistenza. Forse solo perché già coscienti del ruolo di comparse che ci spetta in questo insensato teatro del dolore. L’entrata in scena, si sa, è fondamentale. La prima impressione è tutto. Solo che l’approccio è sbagliato. Errore di valutazione. Tendenza a sopravvalutare, ad esagerare.
Basta guardarsi attorno, le facce su un bus solo parzialmente affollato in un martedì qualsiasi di un Novembre indolente. Le figure tragiche che cerchiamo di essere sono in gran parte macchiette, avventori anonimi visti rigorosamente di spalle come al bancone di un bar in un quadro di Hopper, personaggi che si giocano la vita ai tocchi in un brano mediocre intitolato “Blues di una città delusa”

Capitolo 1: Blues di una città delusa

Hopper-the NighthawksIl risveglio per H- era sempre come una seconda venuta al mondo, dolorosa al punto giusto, mai graduale; comunque la maggior parte delle volte si tratteneva dall’urlare. Ogni rumore oltre la soglia dell’udibilità avrebbe infatti causato una cascata di fitte lancinanti, stelle filanti di pura agonia, in caduta libera nel nero informe della sua incoscienza. Questa volta, tuttavia, fece eccezione. Riemerse al mondo come se lo spirito stesso della Realtà, il ghigno di Achab stampato in volto, lo avesse arpionato e tratto a forza fuori delle acque torbide in cui fluttuava.
Nudo, sconvolto, madido di sudore aprì gli occhi di scatto ritrovandosi in una posa innaturale da ragno grottesco, la schiena inarcata, i muscoli contratti che minacciavano di spezzargli in due la spina dorsale. Ricadde sul dorso stringendo ancora tra i pugni serrati brandelli di lenzuola; la sensazione del tessuto sintetico sotto i polpastrelli gli fece dono di uno strano flashback in cui giaceva sopra un tavolo operatorio circondato da una luce bianca e tagliente. Non era certo che si trattasse di un ricordo suo, o forse lo era solo in parte, in ogni modo non era certo in cima alla lista delle priorità per il momento. Priorità. Già. Ad esempio quel cazzo di ronzio che gli stava trapassando il cervello. Gli occorse un po’ di tempo per accorgersi che non era altro che la traccia sonora dell’urlo con cui si era svegliato che risuonava ancora nell’aria come una nota di steel guitar alla fine di un assolo particolarmente tirato.
In quei casi la vibrazione tesa allo spasimo sembra trasfigurare il mezzo stesso in cui si propaga acquisendo forma tangibile ed una propria carica energetica; una sorta di Big Bang in miniatura. Molto più prosaicamente i materiali scadenti del suo arredamento tendevano a distorcere e diffondere i suoni troppo acuti generando questo curioso effetto.
In principio era il Suono, Vibrazione Universale e chissà quanti universi aveva generato Hendrix…
Una rapida successione di spasmi addominali strappò H- dalla elaborazione di questa strampalata cosmogonia, riportandolo ancora una volta a ragionare in termini di priorità.

Solo pochi istanti più tardi la successione ritmica dei conati sanciva in modo definitivo l’abiura di questa teoria in favore di una visione del mondo pù ortodossa, binaria.
Ancora pochi istanti dopo, H- uscì barcollando dal bagno e con un paio di incerte falcate raggiunse la zona notte del suo angusto monolocale per lasciarsi cadere sul letto disfatto. Preso da improvvisa curiosità, s’impose a fatica di girarsi supino per guardare l’ora proiettata sul soffitto in cifre di un bel rosso retrò: ore 15:55, zulu time. La prima reazione fu una risata spontanea che gli costò altre fitte agli addominali ed alla gola riarsa. Con un ulteriore sforzo di volontà cercò di rotolare sul fianco destro. Ci riuscì dopo un’attesa interminabile e subito vide esplodere una miriade di scintille colorate nella sua testa; solo ora si accorgeva di avere almeno una costola incrinata. Strabuzzando gli occhi un paio di volte cercò di mettere a fuoco l’ambiente circostante avvolto dalla penombra. Pochi sparuti raggi di un sole pallido filtravano tra le liste di alluminio delle veneziane disegnando strisce di luce sulla parete al suo fianco; due metri più in là un piccolo anello di luce ambrata lo salutava pulsando in un soporifero pattern intermittente, il terminale era in stand-by da quasi tre giorni. Era tempo di riconnettersi col mondo.

Lasciò pendere il braccio dal letto andando a toccare il pavimento. Visualizzò divertito per un istante l’immagine della sua mano in discesa controllata come un Mars Explorer in fase di atterraggio, poi immaginò le dita che si allungavano intorno come pseudopodi sul suolo polveroso cercando di orientarsi ed infine si infilavano decise sotto il letto per recuperare un prezioso campione. Gli angoli della bocca, sino a quell’istante rimasti contratti si rilassarono in un mezzo sorriso quando la sua mano toccò quello che cercava e riemerse con l’ambito premio. Con dita incerte si liberò del tappo e buttò giù un paio di golate del denso liquore verde. Priorità.

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