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2002
Libello contro i vegetariani
Quando il sole di questa primavera stava cominciando a scaldare la povera terra arsa dai geli invernali, io e la mia dolce metà abbiamo deciso l’acquisto di due cofane di piantine di basilico (garantitoci genovese dai signori commessi bergamaschi che ce lo hanno venduto).
L’acquisto è stato deciso per varie ragioni. Ornamentali, innanzittto, perchè la casa dove sto ha un bel balcone esposto e una siepe di basilico avrebbe fatto porca figura, assieme all’edera e a tutto il resto. Culinarie, perchè una foglia di basilico impreziosisce quasi ogni pietanza. E di salute, perchè mi hanno detto che la forte fragranza (che mi fa impazzire) del basilico tiene lontane le zanzare allorchè mutanti del naviglio milanese. C’è anche da dire che c’era un precedente, un singolo vasetto tenuto fuori dalla finestra. Per cui quest’anno abbiamo voluto esagerare: una grossa piantagione domestica di basilico, e chi s’è visto s’è visto.
Purtroppo qualcosa è andato storto. Poichè nonostante abbia avuto acqua e sole a strafottere, la mia piantagione si è ostinata a produrre foglioline malsane di un verdino pisello che solo a guardarlo ti si ammoscia il cazzo.
Il problema vero è che la pianticella precedente, quella fuori dalla finestra, era bella e rigogliosa, con le foglie e il fusto verde scuro e prode, la faccia bella rubizza e in salute di chi sta bene. E quando la stagione dei geloni era alle porte, non ci ho pensato su due volte a stramazzarla per farne pesto. Era un bel tacchino che ho messo all’ingrasso e che ho macellato per il giorno del ringraziamento. Questa invece no. Se ne sta lì, ratichitichina, che guarda basso per vedere chi passa sotto al balcone, ogni tanto alza la testa e fissa dentro una finestra della casa di fronte, sospira, scuote la testolina, risospira. Non sta bene. Non è mai stata bene. E io non so che farci. Sono stato infinitamente attento a innaffiarla e a potarla, a prendere le foglioline che non le avrebbe dato fastidio dare, le ho parlato, per vedere se migliorava. Ma lei niente. Come un’innamorata dolorante, guarda l’acqua che scorre nel Naviglio e forse sogna che tutta quest’acqua vada infine al mare, verso quel mare dove forse la sua mamma è ancora, a Bonassola, o forse ad Alassio, chissà, su quelle colline che guardano direttamente verso il mare e dove il basilico è tanto scuro e torvo e forte da sembrare una piccola palma. E il pesto che dà è marrone, il verdolino timido delle sue foglie non riesce a vincere l’oro dell’olio, ed esce questo aborto.
E io l’ho visto crescere, questa figlia malata. Ho provato a correggerla, a guarirla, ma non c’è stato verso. Tra poco cambierà la stagione, lo so, e la sua vita tormentata avrà fine. Comunque a breve ci sarà un trasloco, e non sopravviverebbe al cambiamento di clima. Dovrò ucciderla io, con le mie mani. Ma voi non sapete che pena mi dà. Ogni volta che mi si chiede una sua foglia, peno nel cercare quella più ininfluente, più inutile alla sua vita, sia mai che si riprenda. Ma non serve. Tutte queste cure non sono servite a niente, non servono a niente.
E io ci vorrei dire a tutti i filosofi vegetariani un paio di cose. In base a quale principio etico voi pretendete di fare del bene nel mangiare solo piante e foglie? Forse perchè non ve le crescete voi? Non avete un impatto emotivo tale da dovervi pentire? Con quale faccia mi guardate disgustati e dite “io non mangio cadaveri”? Forse non i cadaveri che uccidete voi? Non li avete piantati, visti crescere per poi estirparli dalla terra e porre fine al loro ciclo di vita; non vedrete i loro frutti cadere e marcire nella terra e impregnarla con i propri semi, dando continuità alla propria specie; non li avete seminati voi, non li avete innaffiati voi, non li avete visti tirare fuori le prime gemme, poi le altre coppie, e poi il primo fiorellino, la prima potatura, uuuuh guarda carino, come vibra quando lo innaffi, e tutto il resto.
Fate pure, mangiate pure la vostra schifosissima bistecca di soia, se questo basta a placare la vostra coscienza.
Ma sappiate che in mezzo alle mie trenette c’è il dolore di un padre, misto ad una strana roba marron.
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- in compenso ho visto lo spot di superenalotto. disgusto e indignazione. altro che trenitalia, com'è che non leggo polemiche?
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- @annalucylle segway ne vedevo sempre uno quando lavoravo vicino stazione garibaldi. sono differenti gradazioni secondo me
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