14
2004
Mellow is the man…
Nessuno sa predire l’esito finale delle proprie azioni e ben pochi ci provano; la maggior parte di noi fa quello che fa per prolungare il piacere di un momento o per mettere fine al dolore.
E anche quando agiamo per le ragioni più nobili, troppo spesso l’anello in fondo alla catena
gronda del sangue di qualcun altro.
Stephen King, Pranzo al Gotham Café
Recentemente un amico, parlando d’altro, mi ha scritto che la felicità si raggiunge attraverso un procedimento “sottrattivo” piuttosto che “additivo”.
Io ho sempre adottato questo principio come canone estetico, anelando ad una perfezione formale tramite la sottrazione del ridondante. Ho scritto più volte che mi piacerebbe vivere in un open space dove il vuoto prevalga sul pieno, sento spesso l’esigenza di sfrondare, mi sento oppresso dall’accumularsi delle cose eppure questa aspirazione quasi zen si scontra inevitabilmente con il lato occidentale delle cose, segnatamente del mio cervello, che finisce sempre per saturarsi di dettagli sino a diventare barocco, eccessivo.
Credo che sia dalla differenza di potenziale di questi due emisferi che alla fine scaturisce la vena creativa. Da un lato l’accumulo di input sensoriali e dall’altro la volontà di limare, di smantellare la struttura esterna per cogliere l’essenza più vera delle cose, dei fatti, delle emozioni.
Mi viene in mente un bel videogioco di qualche anno fa, Metal Gear Solid, esisteva un sottogioco nell’introduzione, fatto per impratichirsi dei comandi e della tecnica, che voleva essere una sorta di simulazione dell’addestramento del nostro eroe.
Non c’erano sfondi di grafica poligonale o dettagli notevoli, solo un singolo ambiente scarno in wireframe, un limite di tempo e un obiettivo da conseguire per ogni stanza con regole precise: munizioni limitate, equipaggiamento limitato, necessità di non far scattare un allarme.
Era il gioco ridotto all’osso, all’essenziale, ricordo il piacere che avevo provato nel raggiungere l’automatismo necessario a completare alcune stanze nel numero minore di mosse possibili. Economia di movimento, economia di proiettili, passo svolta sparo centro svolta passo passo aspetta svolta sparo centro svolta passo passo esci. Pure perfezione formale, il kata della pistola. Non è un caso che poi sia uscito un intero cd di missioni di addestramento.
Di solito nei videogame la progressione di difficoltà segue un procedimento addittivo, da livello normale a nightmare aggiungendo di volta in volta più mostri, più trappole, più esplosioni, più pericoli.
La vita invece segue spesso un percorso sottrattivo o almeno questa è la mia impressione. Periodicamente, vengono ridefinite le regole del gioco, le variabili ambientali.
Si parte dal negativo e si cerca di raggiungere un equilibrio, ogni volta che lo si raggiunge si riparte.
Ok, bravo, vediamo se sei in grado di farcela ancora con meno elementi. E così sempre meno risorse, meno denaro, meno margine d’errore, meno amore.
Del resto se è vero che la felicità si raggiunge attraverso un procedimento sottrattivo piuttosto che additivo e che lo scopo ultimo del gioco è la felicità il cerchio si chiude perfettamente no?
È come una sorte di mandala al contrario, si inizia col cercare di mettere ordine nelle cose e quando il quadro è completo il vento si porta via la sabbia e si riparte con meno sabbia e un quadro più piccolo in mente.
Ricordo alla visita dei tre giorni che lo psicologo mi diede un puzzle di legno tipo tangram da completare. Rimasi alcuni secondi a studiare la forma da ricreare, come una sorta di idea platonica da far concretizzare nella materia. Non sono il tipo da iniziare subito il puzzle e prendere misure correttive stradafacendo, preferisco pensare la strategia migliore e poi ripetere perfettamente la figura al primo tentativo. Tuttavia dopo qualche secondo lo psicologo evidentemente spazientito mi disse
con malcelato compiacimento “Non le sembra di avere un pezzo in meno per completarlo?”
Profetico pezzo di merda se aveva ragione.
Negli ultimi anni, negli ultimi mesi, ho costantemente ricominciato il mio mandala con in mente un quadro sempre più piccolo da riprodurre. Ho ridotto le pretese, riconsiderato le risorse e ricominciato a portare la situazione dal negativo all’equilibrio. Sistematicamente ogni volta sono ripartito con qualche pezzo in meno, alcuni mi sono stati tolti al resto ho provveduto io, ho grattato lo smalto, tolto la pelle, rimosso interi arti.
Mi ricordo quella puntata di un cartone animato dove c’era un uomo che aveva barattato il suo stesso corpo nell’inseguimento di un ideale di perfezione sino a ridursi ad uno scheletro di metallo. Si lamentava del freddo mentre il vento gli soffiava tra le costole.
La felicità , mi hanno detto, si raggiunge attraverso un procedimento sottrattivo piuttosto che additivo. Mi domando se sia vero in questa estate così fredda che si sente il vento tra le ossa.
tweets
- @IoeAnnie Rocco Siffredi?
- Timidissimi segnali di ripresa.
- ok vediamo quanto riusciamo a far cagare oggi. senza capitano. (che per me poteva partire a giugno)
- yup quindi i tatuaggi di cupcake sono espressione modaiola da mischiare con Old School http://t.co/jkyV3P7m @dilestella e roba "ironica"
- avevo fatto una spesa salutista ma poi ho svaccato con la cioccolata. brutta cosa la dipendenza.








