24
2003
Nestor
Al contrario di ieri, il professore viene bloccato allo scoccare delle 10, come aveva richiesto lui. È un onest’uomo che cerca di fare interessare la sua platea a quello che dice; la diligente platea è, più che refrattaria, annoiata di quello che racconta.
È abbastanza interessante il meccanismo che provoca questa reazione.
Scienze della Comunicazione a Torino (come temo in altre parti d’Italia) nacque ai tempi con le migliori intenzioni di far nascere e crescere i professionisti della comunicazione, in grado di poter gestire tutte le problematiche relative a questo oggetto quantomai grande, variegato e importante nell’asset della vita moderna, sia che si parli di costruzione di portali web, sia che si parli di giornalismo, sia che si parli di strategie di comunicazione di una grossa azienda. Insomma, sulla carta tutto era pronto per sfornare i peggio fighetti del mondo del lavoro italiano, rivali statali delle private Bocconi, IULM, IED e compagnia cantando.
Purtroppo il progetto si è un po’ perso per strada, perché essendo, appunto, statale, ha calamitato come una specie di terrasanta tutti i baronetti senzaterra dell’università, indipendentemente dalla loro preparazione attinente alla materia. Ai miei tempi ci sono stati dei casi clamorosi, come il professore di Storia con problemi di vista che, noncurante del fatto che si trovasse a fare lezione a futuri scienziati della comunicazione e non ad un master di oftalmologia, ha tenuto i 4 mesi di corso obbligatorio sul ruolo dei ciechi nella storia industriale torinese; oppure, altro caso magnifico, il professore tenuto ad occupare la cattedra di Storia del Giornalismo che, nel primo giorno di lezione, esordisce dicendo che lui di giornalismo non sa niente, ma che confida in una proficua collaborazione con gli studenti nella materia specifica che, senz’altro nasconde degli elementi interesantissimi da scoprire, e che nel frattempo che gli alunni scoprivano appunto questi tesori per i fatti loro sul programma dell’anno prima (probabilmente istituito da qualcuno più ferrato della materia), a lezione avrebbero portato dei quotidiani (giornalismo) ritagliando gli articoli nei quali si parlava di storia (storia), contrassegnandoli da 1 a 5 a seconda del grado di approfondimento storico nell’articolo (trasformando di fatto il corso da Storia del giornalismo a Storia nel giornalismo, nobilissima et utilissima materia peraltro).
Insomma, tutta questa infernale torma di assistenti incattiviti dall’attesa e a caccia di cattedre a casaccio avevano trasformato una buona idea in un pessimo modo di investire denari e tempo; e siccome professori incompetenti creano studenti cinici e svogliati, i potenziali fighetti si sono trasformati nei fatti in sfighetti, i “vorrei ma non posso”, tantalicamente condannati a cercare posti di lavoro yuppies (perché hanno almeno i titoli per farlo) e facendosi irridere nel farsi trovare incapaci di distinguere il fax dalla fotocopiatrice (e pure senza avere gli elementi teorici per accettare il fatto che spesso fax e fotocopiatrice sono la stessa, diabolica macchina). Ultimamente le cose sono andate un po’ meglio: molti dei vecchi assistenti sono riusciti nell’intento di morire come professori, e i famigerati “professori professionisti” di cui si annunciava l’avvento dal millennio scorso sono alla fine arrivati, e pure in numero crescente.
I miei compagni di corso tutto questo non lo sanno. Loro sono venuti a seguire il corso di Comunicazione d’Impresa, aspettandosi di trovare un abbronzato 40enne vestito di tweed e velluto, con un sorriso fluorescente e il Porsche parcheggiato fuori dal Palazzetto Venturi. Ma, pienamente nello spirito di Scienze della Comunicazione di Torino, e adeguandosi alle contingenze del caso, a farci lezione è venuto un professionista FIAT (probabilmente in aria di esubero) nei suoi tardi 60 anni, anni che hanno lasciato il segno oltre che nell’aspetto esteriore anche nell’eloquio strascicato e pesante. Ed è per questo che i miei compagni non gli danno molto retta: non ha una buona autorità. E sì che di cose, questo signore, ne ha da insegnare. Tant’è vero che il dialogo che cerca ce l’ha con me soltanto, l’unico ad avere curiosità e alcune competenze di base per potergli chiedere lumi e approfondimenti. E quando gli faccio una domanda, dietro di me sento sbuffi e risa: mi prendono per il culo, o semplicemente a loro non interessa e ne approfitano per parlare dei fatti loro. Non lo sanno che se non escono da qua dentro con tutte le competenze necessarie a posto, recuperarle altrove costerà loro decine e decine di migliaia di euro. Parlando di me, io queste migliaia di euro non ce le ho. Probabilmente molti di loro neppure, sennò sarebbero altrove. In questo caso io pago una scelta razionale; valuto il mio tempo in termini di 8.50 euri all’ora, e vedo di farlo fruttare il più possibile. Non lo sanno, non lo sanno ancora, al momento anche se lo sapessero non gli fregherebbe neanche niente; seguono la corrente: in mancanza di meglio, un po’ di routine non ha ancora ucciso nessuno.
tweets
- @IoeAnnie Rocco Siffredi?
- Timidissimi segnali di ripresa.
- ok vediamo quanto riusciamo a far cagare oggi. senza capitano. (che per me poteva partire a giugno)
- yup quindi i tatuaggi di cupcake sono espressione modaiola da mischiare con Old School http://t.co/jkyV3P7m @dilestella e roba "ironica"
- avevo fatto una spesa salutista ma poi ho svaccato con la cioccolata. brutta cosa la dipendenza.








