gen
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2004

Oni padme parimpam pù

di maffa  //  Other Voices  //  Commenti disabilitati  // 

see the world
Tra l’eco di conchiglie trombe campane
fragore di tamburi di piatti
Lo sgretolarsi tremolante dei gong

A volte ricordo i sogni. Più raramente, questi sogni valgono la pena di essere raccontati.

ride freeRicordo di essere molto triste.
Ricordo di essere senza speranza.
Ricordo che qualcosa di irreparabile è sucesso nella mia vita, talmente irreparabile da farmi saltare dalla mia orbita, come un meteorite troppo grosso contro una luna troppo poco fantasiosa nel scegliersi i tragitti.

Ricordo i miei piani di viaggio. Ci pensavo molto quand’ero adolescente. Ho modificato il percorso cento volte, a seconda dei miei interessi. Solo cento però perché l’area è troppo grande: ragionavo per regioni, e non per luoghi.

A quindici anni pensavo che avrei preso la patente, un giorno. Il giorno dopo avrei salutato tutti e me ne sarei andato via. Nel senso ampio del termine.

Andare – Via.
E sarei Andato – Via.

Il tour prevedeva un compagno di viaggio, e un luogo di partenza: il capolinea di un bus extraurbano che si fermava dove aspettavo il mio per tornare a casa, Fumeri (il nome dice molto). Passati più di dieci anni ci trovo un simbolismo, che però allora non c’era. Era semplicemente la prima tappa, la più vicina e la più facile.
L’ultima tappa, un po’ più in là di Fumeri, era la Cina.

Ricordo che il sogno che ho fatto ha saltato tutta la parte di viaggio che ho aggiunto da adulto. La parte che vorrei fare assolutamente attraverso l’Afghanistan, nonostante e sopratutto dopo la guerra e le guerre (anche perché la guerra ormai fa parte del tessuto sociale della regione) non c’è. Non c’è la parte sul Tibet, che da ragazzo mi aveva ipnotizzato. Non c’è mai stata la parte riguardante come passare il Medio Oriente, se passare dalla Turchia, dall’Iran, dal Caucaso, non so, e non me ne sono mai interessato. Passavo su quella parte di cartina 1:1.000.000 con il dito come se quelle migliaia di kilometri fossero un incidente di percorso.

In realtà il sogno in sé è indescrivibile.
Ricordo questa felicità incontenibile. Ricordo di essere a cavallo, ricordo le colline verdi, e il deserto giallo, ricordo la polvere lontana, le tempeste di sabbia, le tende la notte, la notte buia, quella vera, quella densa,che ti avvolge, quella notte totale puntellata di stelle che in quella notte così notte diventano dee e fari e punte di spilli di speranza, perché quella notte mette paura, e ne ha messa pure a me.

Però poi è arrivata l’alba, e mi sono svegliato contento.

(immagini prese da www.mongolia.it. Le altre foto sono ugualmente fighe.)


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