23
2004
Piccoli fuochi
Delgado si passò il fazzoletto sulla fronte imperlata di sudore spostando indietro al contempo una ciocca di capelli resi appiccicosi dalla traspirazione che iniziavano ad assumere un color grigio ferro alla base.
Devo dire a Carmen di piantarla con questo ammorbidente da checca – pensò rendendosi conto del leggero sentore di lavanda che impregnava il fazzoletto.
Buffo come la mente umana sia in grado di registrare particolari così insignificanti in una situazione di stress.
La squadra di cecchini era già appostata nei pochi punti che consentivano una buona linea di tiro dentro le vetrine del Megastore.
Volanti e due cellulari erano disposti a ventaglio isolando la zona operativa che era a sua volta protetta da un corridoio transennato a fare da cuscinetto tra le ambulanze e la calca di curiosi e giornalisti.
Un paio di elicotteri a sorvolare la zona e una lancia della capitaneria di porto nello specchio d’acqua antistante completavano il quadro della situazione.
Tutto questo dispiego di forze per un disperato?
– la voce del ragazzo in divisa lo riportò bruscamente alla realtà del momento.
Il questore era nero stamattina, siamo sotto campagna elettorale e il sindaco l’ha chiamato da Rapallo interrompendo la sua fottuta partita a golf per farsi aggiornare sulla situazione.
Se qualcuno dei ragazzi la dentro ci lascia le penne il sindaco vorrà le palle del questore su un piatto di argento e lui vorrà le mie.
La sua squadra è già al completo?
– Quasi
– fu la risposta secca di Delgado – sbaglio o ti avevo chiesto di portarmi un caffè?
Mentre il ragazzo si allontanava si ritrovò a borbottare tra i denti – Ma dove cazzo è quel figlio di puttana?
-
Vista da vicino l’Abbazia non aveva un aspetto particolarmente imponente, era un edificio ad un solo piano dalle pareti bianche e dall’aria innoqua, sembrava una villetta come tante bagnata nella placida luce lunare.
Buemi valutò per un istante la possibilità di effettuare una ricognizione del perimetro ma il caposquadra sembrava non avere dubbi sul tipo di approccio da utilizzare, entrare subito dall’ingresso principale.
Sopra la porta, proprio sopra l’architrave spiccava un cartello come una rudimentale targa intagliata nel legno, Buemi mise in fila le lettere “Do as Thou Wilst”, parole vuote che non significavano nulla per lui, non produssero eco alcuna come un sasso lasciato cadere in una stanza dalle pareti imbottite.
Ad un cenno di Dumini Pantaleo colpì la porta con una violenta spallata facendola cedere con uno schianto. Mentre la porta dondolava verso l’interno appesa ad un solo cardine come un dente da latte non ancora caduto del tutto LoCascio fece irruzione a pistola spianata.
La sua ombra si proiettava chiaramente nel cono di luce che entrava dal vano della porta, Scimeca e l’autista reggevano ciascuno una pesante torcia a batteria.
Rapidamente tutti gli uomini fecero il loro ingresso in quello che i thelemiti chiamavano sancta sanctorum, mentre varcava la soglia Buemi annotò mentalmente quasi sovrappensiero che il chiavistello non era stato infilato nel passante, sarebbe bastato girare la maniglia per entrare.
Presto tuttavia la sua attenzione, come quella di tutti gli altri, fu catturata dalle numerose decorazioni del locale.
Sul pavimento era disegnata una stella a cinque punte inscritta in un cerchio e contornata di simboli dal significato oscuro che sembravano una massa bizzarra di vermi ed insetti chelati. Nel mezzo del pentagramma era collocato una sorta di altare esagonale. La luce delle torce corse rapidamente alle pareti tutte affrescate, Scimeca si lasciò scappare un sobbalzo ed un urletto quasi femmineo quando il fascio della sua torcia illuminò in pieno un volto dalle fattezze mostruose con un solo occhio in mezzo alla fronte come il Polifemo della leggenda.
Buemi scorse chiaramente il labiale di un invocazione alla Madonna del Tindari mentre il ragazzo cercava di ricomporsi.
LoCascio si diede di gomito con Pantaleo che rispose con un ghigno idiota. Buemi concluse che la sua espressione non era meno ferale dei volti grotteschi sulle pareti.
Alcuni di questi volti parevano ripetersi, dalla foto in possesso al commissariato Buemi riconobbe una vaga somiglianza con l’inglese, doveva trattarsi di autocompiaciuti ritratti di Crowley.
Presso la parete est sorgeva un trono con accanto un braciere che a giudicare dalla parete annerita in corrispondenza e dalle tracce sul pavimento doveva essere spesso acceso anche nelle afose notti dell’estate siciliana. Alla parete opposta s’ergeva un trono più piccolo sormontato dalla raffigurazione di una donna rossa dai caratteri sessuali bizzarramente accentuati contornata da varie raffigurazione orgiastiche. Pantaleo e LoCascio sembravano persi nel tentativo di seguire il groviglio di membra e lingue serpentine, avevano l’aria di due adolescenti che avessero scoperto per caso il luogo segreto dove le ragazze fanno il bagno al fiume.
Buemi raggiunse Dumini accanto al trono ad est, in basso sulla parete tra i piedi di una figura stava un cartiglio dalla forma inusuale, ancora una volta le parole e i segni che vi erano scritti non avevano significato per lui o per gli altri, riconobbe solo le cifre, nove tre e sotto ancora tre volte sei.
Si scambiarono uno sguardo perplesso poi passarono alla parete nord, qui si aprivano due piccole porte ai lati mentre la parte inferiore del muro era affrescato con i soliti motivi di teste demoniache e linee serpentiformi tuttavia lungo tutta la parete correva un nastro con delle scritte in caratteri latini. Buemi e Dumini si accovacciarono per osservarle.
Fammi luce
– ordinò Dumini spezzando bruscamente il silenzio che era sceso sul gruppo, mentre il ragazzo puntava la torcia gli altri si radunarono rapidamente dietro di loro.
A sorpresa, scandendo lentamente le sillabe come un bimbo che sta imparando a trasformare i segni in parole Pantaleo iniziò a leggere a voce alta pronunciando le parole così come le leggeva: “Stab your demonic smile to my brain. Soak me in Cognac, Cunt and Cocaine”.
Chi dici? – fece LoCascio divertito. – È inglese
– tagliò bruscamente Dumini – dice: affonda il tuo sorriso demoniaco nel mio cervello, bagnami di cognac, fica e cocaina!
LoCascio sghignazzò alla parola “fica”, Scimeca non sapeva cosa fosse la cocaina ma nel dubbio si segnò tre volte per “demoniaco”.
Il gruppo si mosse compatto per andare ad esaminare l’altare al centro della sala, curiosamente entrarono tutti nel cerchio evitando più o meno inconsciamente di calpestare i segni che sembravano piccole creature striscianti quasi avessero percepito con quella forma di sesto senso innato che talvolta caratterizza le menti troppo semplici che quei segni recavano le permutazioni del nome di Jahweh. L’altare era costituito da una bassa colonna di marmo grezzo a base esagonale sulla cui superfice era chiaramente impressa nella polvere la sagoma di un libro aperto.
Un libro che Crowley o i suoi seguaci si erano premurati di portare via.
Dumini si guardò attorno, – Controllate queste porte, dividetevi
. Nessuno di loro aveva notato che Pantaleo era ancora in piedi di fronte all’iscrizione a ripeterne le parole sbiascicandole sottovoce con lo sguardo ebete perso in un punto indefinito oltre la parete.
A rapporto signore, com’è la situazione?
– Delgado lo squadrò da capo a piedi solo vagamente cosciente del liquido nero che gli stava strinando i polpastrelli attraverso il sottile bicchiere di carta -
A rapporto un cazzo! Ti pare l’ora di arrivare?
passò rapidamente in rassegna l’equipaggiamento prendendo tempo prima di scaricargli addosso tutta la rabbia che aveva accumulato.
…ti farai venire un infarto così Ramon…
Anfibi, divisa blu scura delle operazioni speciali, kevlar, CRS e tutte la diavoleria di cavi e silicio sembravano essere al loro posto, di certo doveva aver finito di indossare il tutto non più di cinque minuti prima. Solo le lenti scure erano fuori ordinanza.
Occhiali da sole al mattino
– come in quella vecchia canzone pensò – che cazzo hai combinato stanotte?
Nulla signore
– come al solito, già pensò il tenente. Pensò di chiedergli di toglierseli, di guardare quegli occhi. Non ne aveva bisogno per sapere, non voleva veramente sapere.
La situazione è critica, c’è un uomo là dentro, armato e pericoloso, sette ostaggi contando due cassiere. Per fortuna al mattino il Megastore è mezzovuoto
– fece un altro giro con la bacchettina di pvc dentro il bicchiere di carta per accertarsi di aver sciolto lo zucchero poi tranguigiò il caffè in un unico sorso scottandosi la lingua. Amaro. Lo zucchero aveva formato una pasta granulosa sul fondò del bicchiere.
Gettò via la bachetta stizzito. – Ci sono dei ragazzini là dentro, non possiamo rischiare nulla, ancora non abbiamo identificato il nostro uomo le ricerche incrociate non ci hanno ancora permesso di tracciarne un profilo.
Fece una pausa ad effetto – Mi serve solo di sentire una cosa, sei al cento per cento?
– Sì signore
Niente stronzate con me, hai capito?
– rispose il tenente a muso duro – So cosa ti passa per la testa ultimamente ma devi sgombrare tutto lì dentro, devi essere carico e preciso come un cronografo svizzero. Non possiamo rischiare nulla.
-
aveva pronunciato quest’ultima parola scandendola lentamente, caricandola di quanto significato poteva. Se l’altro aveva compreso il messaggio non l’aveva dato a vedere in alcun modo, dall’inizio della conversazione il suo volto, la parte non coperta dalle spesse lenti scure, era stata una maschera impassibile, la mascella contratta, le labbra strette in una linea fredda e sottile.
I cecchini sono appostati, ci sono uomini ovunque nel raggio di un kilometro ma ci serve qualcuno dentro per avere un’immagine del sequestratore. Entrerai dal condotto d’areazione e infilerai la microcamera attraverso la grata, quando avremo elaborato le immagini ti comunicheremo la linea d’azione, sino ad allora resta collegato e non fare asolutamente nulla. Ci sono domande?
nessuna a cui possa rispodere tu pensò H-
Nessuna domanda signore
Allora vai
mentre lo vedeva allontanarsi Delgado si domandò quanto ci sarebbe voluto prima che la fiducia che era disposto a concedergli li trascinasse nella merda entrambi. Pregò di non doverlo scoprire prima di cena.
Avevano percorso la strada che portava alla sommità della rocca quasi senza fiatare, nell’Abbazia non avevano trovato altro, solo qualche piccolo oggetto personale in una delle due camere da letto. Una delle due era attrezzata con piccoli letti a castello, l’altra, più grande, aveva un grosso letto a baldacchino e altre immagini alle pareti.
Nessuno l’aveva detto ma la stanza sembrava più fredda delle altre, aveva una qualità disturbante che si insinuava sotto pelle e lungo la spina dorsale come l’umidità che fa marcire le pareti. Avevano provato una sensazione opprimente come se qualcosa stesse cercando di penetrare i loro pensieri sussurrando parole incomprensibili.
Erano stati tutti contenti di uscire all’aria aperta, il cortile sul retro serviva a tenere degli animali che dovevano essere stati tutti uccisi o portati via. Un angolo era stato trasformato in latrina, nel cortile non avevano trovato altro che pochi attrezzi, resti di escrementi umani ed animali e qualche osso di pollo o gatto.
Avevano deciso di andare a controllare anche in cima alla rocca, se i thelemiti avevano acceso dei fuochi visibili da molto distante dovevano averlo fatto lì.
Come previsto sullo spianata trovarono i resti di grandi falò che dovevano essere stati accesi nella notte prima. Alcuni erano semplici fuochi da campo di grosse dimensioni ma la cosa più notevole erano tre pali anneriti piantati nel terreno che si stagliavano contro il cielo notturno. Ai loro piedi i resti della legna usata per alimentare il fuoco, da uno dei pali pendevano ancora i resti semicarbonizzati di un grosso fantoccio di paglia fissato a una corda miracolosamente scampata all’olocausto di fiamme.
Si sparpagliarono puntando le torce sul terreno per cercare altre tracce significative.Guardandosi intorno Buemi posò lo sguardo su Pantaleo che stava ritto in piedi davanti ai resti del fantoccio bruciato. Lo vedeva chiaramente continuare a muovere le labbra come se parlasse da solo, in quello scorcio di plenilunio non gli sembrò avere più intelletto dell’uomo di paglia che aveva di fronte. Frattanto nella sua testa le parole attecchivano come piccoli fuochi lungo la miccia delle sue sinapsi. Nell’aria secca di Maggio la paglia aveva preso a bruciare.
(continua…)
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