ago
13
2002

Primiera e Settebello

di Erica  //  Other Voices  //  Commenti disabilitati  // 


perciò io maledico il modo in cui sono fatta

è sempre la prima volta, credo. ma la prima volta delle prime volte è quella che rimane più impressa, quella a cui attribuiamo tutto un significato mistico, su cui avevamo fantasticato per quella che nelle nostre teste era una mezza eternità, la Prima Volta insomma, la prima volta in tutto. il primo giorno di scuola, la prima sigaretta (quella che ti istrada sulla via della droga), la prima volta che si va in vacanza senza i genitori. ma la prima volta che più ti rimane, con tutte le connotazioni del caso, è senz’altro il primo ammore. che passa da tutta una trafila di prime volte, che già di per loro son tappe importanti. il primo bacino al bimbo dell’asilo, quello carino che ci tirava sempre i lego nelle rotule, poi il fidanzatino delle elementari, il moroso delle medie, il primo bacio, è tutta un’escalation fino al primo ammore.
ce lo ricordiamo tutti, il primo ammore*. anzi, non tutti. qualcuno però se lo ricorda tutto, il primo ammore. quello limpido e pulito, rose e fiori e camminare a un metro e mezzo da terra e gli amici (stronzi) che si danno di gomito. quello di peluche a san valentino, quello dei bigliettini, quello che ti aspetti fuori da scuola e con cui t’imboschi la sera, e gli amici (stronzi) che ridono perchè non ti vedono da settimane. quello che fai cumuli di progetti, ti scambi libri e ti ritrovi nei rigorosamente due protagonisti, scrivi lettere, stracci lettere, quello che sole cuore e amore sono tipo il riassunto della tua vita presente. e lui o lei, magari lui un po’ troppo secco e lei un po’ troppo culona**, e gli amici (stronzi) subito dietro a fare osservazioni, a usare due pesi e due misure.
e poi c’è a chi capitano, per scommessa per ripicca per disperazione o perchè la dolce metà è un cofano ça va sans dire, le prime corna, le prime avvisaglie della routine, ma siamo giovani, siamo giovani, e gli amici (stronzi) di lui si schierano immediatamente dalla sua parte, e lo stesso per le amiche (stronze) di lei. è praticamente una partita a warhammer, dalla strategia che devi metterci. e poi ci sono gli obiettivi da conquistare, se la tattica si è rivelata vincente.
quello che poi finisce, perchè sì. perchè è una tappa di necessario passaggio, perchè si cresce, blah blah blah. e allora è pianto e stridore di denti. ma è naturale. cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza. ovviamente non credo ad una parola di quello che sto scrivendo, ma sono fermamente convinta che sia così.

è che a volte mi guardo negli occhi e -no, non mi pento, mai. è che mi guardo negli occhi e sento di averlo preso io, quel treno che vedevo allontanarsi. sono andata avanti. ho fatto cose, ho vissuto istanti. ho avuto un’evoluzione che i pokémon mi possono stendere il bucato, o almeno così mi piace pensare. chissà se è vero, o se sono rimasta incastrata da qualche parte in mezzo alle palle che mi racconto.

è che teoricamente non avrei dovuto salirci da sola, e fisicamente non ci sono nemmeno mai salita. ma mi sento in movimento continuo, e tuttora non so se troverò più un posto dove valga la pena di fermarmi o se preferirò continuare a scendere dal treno ogni tanto, scattare qualche foto, rifare il biglietto e continuare ad andare.

è che teoricamente quel treno non avrebbe dovuto prendere la direzione opposta a quella verso cui puntava la freccia. ma alla fine chissà, forse rimanerci nonostante la direzione fosse quella giusta avrebbe solo voluto dire saltare poi giù mentre era in corsa.
tiro una riga in fondo alla pagina. il mio bilancio in tutto questo è in attivo. il mio.

 

*io no, perchè fino a ieri l’altro mangiavo gli omogeneizzati. ergo, tutta questa roba scritta qui sopra è pura speculazione.
**eventuali commenti saranno rispediti al mittente, accompagnati da un candelotto di dinamite acceso. chi è causa del suo mal pianga se stesso.

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