apr
1
2007

Some girls wander by mistake

di Harlequin  //  Racconti  //  Commenti disabilitati  // 

Have you seen your mother, baby, standing in the shadow?
Have you had another baby, standing in the shadow?
Have you seen your mother baby, standing in the shadow?
(Jagger/Richards)

Parassiti. Piccoli, disgustosi insetti striscianti eccoli uscire al tramonto in cerca della loro briciola di sopravvivenza.
La via sottostante si andava popolando del consueto teatrino di pusher, disperati, prostitute e ruffiani. Tutti quanti di volta in volta predatori e prede gli uni degli altri, alternativamente vittime e carnefici. Da questa altezza erano solamente minuscole figure che popolavano il riflesso delle sue lenti polarizzate, piccole blatte affogate negli ultimi bagliori di un sole morente contro un livido cielo chimico.

Guardare il proprio piccolo mondo dall’alto può essere una rivelazione, Charlotte era al tempo stesso esilarata ed inebriata dal cambio di prospettiva. Aveva trascorso molto, troppo tempo osservando, ascoltando, ora era tempo di agire. Le bastò pensarlo per ritrovarsi in piedi ed in azione, al confronto la sua vita passata era un ricordo ovattato, come se avesse sempre vissuto sott’acqua, le percezioni imperfette, i movimenti goffi e faticosi. Ora Charlotte scivolava da un tetto all’altro senza nemmeno far scappare i piccioni. Improvvisamente tutto le appariva nitido, affilato, denso di propietà sensorie che le facevano formicolare la nuca e la lingua. Non si era mai sentita così viva. Eccitata. Letale.

Il Viscido era lì, venti metri e trentotto centimetri sotto di lei. Non aveva bisogno di ascoltare, il copione era risaputo e logoro. Il bambino continuava a guardare il tombino vicino ai suoi piedi muovendo ogni tanto la testa per esprimere un assenso svogliato. Charlotte si domandò se anche lui avesse visto la lunga coda grigiorosa scivolare come risucchiata dentro la grata appena pochi secondi prima o se si stesse limitando a guardare la cosa meno disgustosa nei pressi. Ad un certo punto l’uomo fece cenno al ragazzo di seguirlo ed insieme scomparvero nel portone.

Immersa nelle tenebre come sempre Miriam sentì i passi familiari lungo la scala, tenendo mentalmente il tempo fino alla variazione a metà dove i gradini di ardesia consunta costringevano al cambio di passo e riconobbe anche gli altri passi ed il respiro più pesante.
Si strinse nelle spalle e si avvicinò alla finestra dove il sole che filtrava era solo una leggera pressione di calore sulle sue palpebre cieche.
Tesoro sei tu?sì, mamma.
A volte basta non fare domande per non sentire bugie

Charlotte si era domandata spesso se la donna non fosse vittima della sindrome di Tourette. Quando stava sull’uscio in attesa del prossimo cliente o mentre giaceva con lo sguardo al soffitto e la mente vagabonda la sentiva chiamare dalla finestra il figlio sceso a giocare nel vicolo.
Tesoro dove seiii? amooree della mamma vieni a casa- c’era sempre una nota stonata in quel richiamo eccessivamente sdolcinato poi d’improvviso la follia esplodeva in un cambio di voce – vieni qui piccolo bastardo! dove cazzo ti sei nascosto? maledetttooo! – poi ancora come se nulla fosse, fattasi di nuovo melliflua – tesorooo vieni a casa. Quando faceva così le faceva venire i brividi.
Il bambino lo compativa, era praticamente impossibile che potesse crescere equilibrato, la donna invece restava un mistero. Doveva avere superato i trentacinque anni, shinguru madaa, gli occhi martoriati da una qualche malattia deformante, Miriam apparteneva a quella considerevole percentuale di popolazione destinata a restare per sempre un numero su una lista d’attesa dell’assistenza sanitaria sociale che non avrebbe scalato mai. In mancanza di alternative viveva di un modesto sussidio di invalidità. Charlotte la vedeva uscire raramente, di solito per fare la spesa, tenuta per mano da quel figlio dallo sguardo perennemente impaurito. C’era qualcosa di canino nella sua devozione e come certi cani usi a prendere troppe botte aveva l’aria di desiderare la fuga qualora gli venisse allentato il guinzaglio salvo tornare poi mestamente ogni volta dal padrone. Le sue fughe si limitavano a scorribande nel quartiere con i pochi ragazzi della sua età e terminavano di solito la sera con urla dalla finestra e lividi neroblu il giorno successivo. Crescendo tuttavia sembrava avere allargato il giro delle sue frequentazioni, l’aveva anche visto fare il bulletto con qualche ragazzino più piccolo e poi era arrivato lui, il Viscido, ed aveva iniziato a ronzargli intorno. Lei aveva capito subito cosa stava succedendo ma non era riuscita a trovare il coraggio di intervenire. Era sempre stata incapace di reagire alla vita, paralizzata dalla propria inadeguatezza.
Quella tuttavia era un’altra Charlotte, un milione di anni fa. Ora era cambiata, il suo era uno stato sociopsicotico di beatitudine. Non aveva più freni, sentiva di poter fare qualsiasi cosa. Soprattutto, non aveva più paura.

In un unico movimento fluido passò dal tetto alla finestra del pianerottolo scivolando dentro con le ombre del crepuscolo. Come loro non faceva rumore. Come loro era ineluttabile.
Trovò la donna in piedi accanto alla finestra nel declinare del tardo meriggio e rimase alcuni istanti ad osservarla in silenzio. Valutando. Giudicando. La sua colpa, si disse, la cecità dell’anima. Le avrebbe impartito una lezione severa ma compassionevole. Il Viscido invece era una faccenda completamente diversa.
Percepiscimi, ora! – pensò – e ti mostrerò la paura in una manciata di polvere
Miriam fu improvvisamente cosciente di un’altra presenza nella stanza, un moto di terrore irrazionale le salì dal profondo delle viscere come un’ondata di marea. Violata nella sua sicurezza si sentiva nuda e vulnerabile nella sua cecità.
Chi c’è?- la sua voce si fece incrinata – C’è qualcuno qui? Charlotte la sfiorò appena passandole accanto manifestandosi. Miriam rimase pietrificata, il viso congelato in una smorfia che le rendeva difficile parlare. Chi…chi sei? Il tocco di Charlotte sulla sua spalla era leggero come fili di ragno.
Morte.- le sussurrò – Ma non per te. Non ora.
Miriam si contrasse ranicchiandosi annichilita contro il muro in posizione fetale senza riuscire a parlare, i suoi occhi spalancati sulla tenebra erano dischi d’ossidiana che riflettevano l’abisso.

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