Al Bar del Giambellino mi chiamavan Drago…
ed a giudicare dai tempi di digestione della grigliata di ieri sera capisco anche perché, penso che con opportune contrazioni di diaframma potrei estrudere un soffio di lava incandescente e succhi gastrici.
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I think i saw your head bobbing quizzically
bending sideways in a swell of wine
induced laughter before my heart went black
and all the laughter died.
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Veniamo tutti al mondo urlando. Un modo plateale di asserire la propria esistenza. Forse solo perché già coscienti del ruolo di comparse che ci spetta in questo insensato teatro del dolore. L’entrata in scena, si sa, è fondamentale. La prima impressione è tutto. Solo che l’approccio è sbagliato. Errore di valutazione. Tendenza a sopravvalutare, ad esagerare.
Basta guardarsi attorno, le facce su un bus solo parzialmente affollato in un martedì qualsiasi di un Novembre indolente. Le figure tragiche che cerchiamo di essere sono in gran parte macchiette, avventori anonimi visti rigorosamente di spalle come al bancone di un bar in un quadro di Hopper, personaggi che si giocano la vita ai tocchi in un brano mediocre intitolato “Blues di una città delusa”
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Solitude standing è la sensazione di non sapere chi ci sia dall’altro capo del terminale, posto che ci sia davvero qualcuno…
[una rivista di videogiochi, un milione di anni fa]
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È fatto anche divieto di poggiare i piedi sui sedili. Specie se puzzano.
[continua...]