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20
2003

Telemachus

di maffa  //  Other Voices  //  Commenti disabilitati  // 

Le nuvole nella mente, le nuvole della menteL’urlo della sveglia ci regala il primo crampo della giornata. A Milano ci eravamo abituati con la bossanova che ci supplicava soavemente di considerare almeno l’ipotesi di scendere dall’iperuranio e inizare la giornata. Non me l’aspettavo, quello strillo, e mi sono svegliato di sopprassalto con uno sforzo di addominali che non facevo dai tempi in cui lavoravo come facchino a teatro.

Maledizioni e bestemmie a parte, la giornata inizia con molta calma. Già tra i buchi delle tapparelle che non si chiudono completamente si intravedono i primi raggi di sole. La figata di avere una casa con dei vani, e non il monolocale: arrivi nel living e vedi che tempo fa, non hai bisogno di tirare giù le tapparelle la sera prima, e quando ti svegli la prima cosa che vedi non sono i piatti della sera prima da lavare: sono cose che cambiano la qualità della vita. Bagno, sì; tapparelle, sì; colazione, sì; brief sui compiti e sulle mansioni, yessa, e poi via di trotto per le rispettive destinazioni (calma, sì, ma cum iudicio). La giornata è buona, il sole splende freddino ma convinto, e le foglie giallognole cadono sulle rive della Dora (che però solo a guardarla mi mette un freddo della madonna: ci sarebbe tutta una cosa da fare quando avevo fatto un giro di rafting sulla Dora Baltea in Valle d’Aosta, tutto bello vestito di Neoprene, ma non è sede).

Mi faccio una nota mentale di vedere se la nota sul cane perduto appesa vicino al Rossini’s riguarda un labrador di sette mesi, come mi pareva che fosse; ieri, mentre cercavo invano il mio nuovo dottore in corso Novara (invano perchè era in corso Brescia, mica per altro) sono incappato in un annuncio su un cucciolo di labrador color miele investito, ferito, ma “curabile”.
Intanto che trotterello verso l’Offidani/Lionello Venturi vedo che effettivamente il cane scomparso è un cucciolo di labrador. Mando un SMS (maledetti cellulari) al padrone dicendogli del cartello di corso Novara, e continuo verso l’Università.
Il percorso da fare è dritto come un fuso; non devo girare, non devo fare deviazioni strane. Un po’ mi spiace, perché non ci sono chances di variare, di vedere strade diverse da via messina/via rossini/via verdi. D’altronde quella parte di città la conosco, che ci giro a fare. Mano a mano che mi avvicino a destinazione mi viene già la noia di dover incontrare quelle polpette dei miei “compagni di corso”. Vorrei non averci a che fare.

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