mar
18
2003

The Hollow Men (part II): A Murder of Crows

di Harlequin  //  Racconti  //  Commenti disabilitati  // 

Certamente signora, un ponte sarebbe stato molto più scenografico ma il tunnel è pratico, permette di attraversare la città da ponente a levante in pochi minuti, il tassista getta un’occhiata nel retrovisore cogliendo tutto il nervosismo della turista posh evidentemente per nulla a suo agio con l’idea di alcuni milioni di litri d’acqua sopra la sua testa tenuti a bada da un budello di cemento armato. Cerca di abbozzare un sorriso rassicurante ed arruffianarsi una buona mancia (o perlomeno farsi un’istantanea mentale di qualche dettaglio anatomico per uso futuro) quando si accorge di un rombo crescente e di un punto di luce sempre più intenso nello specchietto retrovisore. Nemmeno il tempo di registrare l’urlo di soprassalto della donna che il rombo diventa assordante mentre la moto gli sfreccia accanto a velocità folle e si allontana accompagnata dall’effetto doppler. Ne riesce a scorgere solo le due piccole luci rosse sotto il codino farsi sempre più distanti. Ma vai a morire va! Non si preoccupi signora, sarà qualche ragazzino strafatto di neXtasy.
Il Monster Mx è un proiettile di adrenalina e cromature lanciato nella notte che morde l’asfalto con la potenza di 120cv, l’uomo alla guida avvolto in un bozzolo di neoprene nero ha una vipera di latta attorcigliata nelle viscere.

Le luci del tunnel disegnavano scie parallele rosse ed azzurre sul nero lucido del casco scivolando via come gocce di colore che il kevlar non poteva trattenere per la troppa velocità. Completamente celato dalla visiera opacizzata il volto di H- era una maschera di determinazione e tormento.
Ben pochi degli eventi degli ultimi giorni avevano senso, continuava a chiedersi in che rapporto fossero i vaneggiamenti di Muerte Seca e la comparsa sulla scena di quello psicopatico di Nimda. Ancora non riusciva a focalizzare la sua immagine, quell’uomo sembrava vivere in un altro fotogramma della realtà, perennemente fuori fuoco e rapidissimo nello spostarsi da una scena all’altra.
Shape without form, shade without colour
Assolutamente letale.
Inoltre si domandava chi fossero la giovane dai capelli verdi ed il suo accompagnatore e perchè lo avessero attirato sul retro del locale.
Sperava di trovare qualche risposta nella camera d’albergo che stava andando a controllare.
All’uscita Foce iniziò a rallentare, pochi istanti dopo stava parcheggiando la sua Ducati sotto lo Star Hotel. Innescato l’antifurto stordente si diresse verso le porte scorrevoli.

Uno dei pochi side-benefit del suo lavoro era quello di conoscere parecchie persone, alcune persino rispettabili. Andrea rientrava in quest’ultima categoria e lavorava alla reception dell’albergo. H- gli si avvicinò non visto mentre il ragazzo sembrava perso nel terminale delle prenotazioni, quasi ingobbito dentro la giacca granata d’ordinanza dalle spalle troppo larghe. Sentendo tamburellare sul bancone alzò la testa di scatto e riconobbe all’istante il suo interlocutore. Gli si rivolse nel suo solito tono monocorde e lievemente imbarazzato Uh ciao, cosa ci fai qui? Non hanno mica ammazzato nessuno…spero.

Non fu difficile convincerlo a fornirgli un passepartout con la promessa di non introdursi nella stanza 2701 prima dello scoccare dei venti minuti che avrebbero significato la fine del suo turno.
Ovviamente H- non poteva concedersi il lusso di tutto questo tempo da perdere, un altro side-benefit del suo lavoro era la possibilità di farsi sparare addosso da un gruppetto di yakuza incazzati e stando a quanto gli aveva detto Andrea i jap avevano lasciato l’albergo di gran carriera circa mezz’ora prima ma potevano rientrare in qualsiasi momento.
Sapere che la stanza era vuota gli concedeva un discreto vantaggio tuttavia non poteva in alcun modo accertarsi di altri dispositivi di sicurezza lasciati al suo interno. Come al solito sarebbe stato costretto ad improvvisare.
Una suadente voce sintetica interruppe la Muzak di sottofondo strappandolo alle sue considerazioni per informarlo in quattro lingue che l’ascensore era arrivato al ventisettesimo piano. Quando le porte gli si spalancarono di fronte lui era pronto.

All’interno della suite tutte le luci erano spente tuttavia l’ambiente era più che sufficientemente illuminato dall’ampia vetrata che si affacciava sul quadrilatero della city.
Trovandosi all’ultimo piano di uno degli edifici più alti della zona la finestra offriva una visuale indisturbata che si spingeva sino al mare.
Distingueva chiaramente la torre della capitaneria di porto e luci delle navi da crociera in partenza. Nessuno si era preoccupato di abbassare le veneziane, del resto a causa del vetro riflettente era impossibile guardare dentro dall’esterno. La parte centrale della suite era costituita da un salottino omniconfort, H- osservò come il grande schermo posto di fronte al divano fosse ancora sintonizzato sullo schermo blu di selezione del canale satellitare. Il posacenere pieno di mozziconi sul tavolino e la nicchia scavata nel divano di pelle da un individuo dal fisico corpulento facevano supporre che qualcuno fosse stato lasciato per lungo tempo nella stanza a consumare un’attesa nervosa. Un’attesa che lo richiedeva vigile a giudicare dal fatto che nessuna delle bottiglie del mobile bar era stata toccata.
Avvicinandosi H- notò qualcosa posto sotto lo schermo, sembrava una centralina wi-fi a corto raggio, del tipo che si usa per tenere sotto controllo il sonno dei neonati collegata ad uno di quei walkie-talkie da poco prezzo o magari ad una piccola telecamera di sorveglianza. Con un’intuizione improvvisa H- prese il telecomando sintonizzandosi sulla frequenza di default 00.
Immediatamente gli apparve sullo schermo l’immagine all’infrarosso di una ragazza seminuda riversa in posizione fetale sul pavimento. Non aveva bisogno di vederci meglio per riconoscerla. Charlotte.

Non ci volle molto a capire che la stanza era una di quelle su cui si affacciavano le porte all’interno della suite. Per fortuna non avevano portato via la chiave, H- sperava ancora di poter fare un lavoretto pulito. Aperta la porta la individuò immediatamente nella semioscurità. Non accese la luce per timore di ferirle gli occhi, le si fece vicino e le mise una mano sotto la testa per sollevarla un poco.
Charlotte?Sei tu? Sapevo che saresti arrivato, l’ha detto anche lui… la ragazza aveva la voce impastata, sembrava in preda ad uno stupore artificiale. Non era nulla di nuovo. Come stai piccola? cercando di metterla a sedere H- si accorse che aveva i polsi legati e che le avevano applicato una patch ipodermica direttamente sulla spina dorsale.
Valutò l’ipotesi di rimuovere il dispositivo ma la scartò istantaneamente per non rischiare di provocarle uno shock da scompenso chimico. Meglio lasciare che l’effetto si esaurisse da solo. Cerca di tenere gli occhi chiusi, devo accendere la luce. Le tolse lentamente la mano da dietro la schiena accertandosi che non cadesse e la lasciò seduta sul pavimento come una bambola a grandezza naturale.

Gettandole uno sguardo si rese conto di quanto quella metafora fosse tristemente calzante.
Raccolse le sue cose che erano state abbandonate poco distante, la slegò e la aiutò rapidamente a rivestirsi. Continuavano entrambi ad incespicare goffamente nei vestiti ed intanto Charlotte blaterava frasi sconnesse Lui è stato qui sai? Era come nei libri, grigio ed azzurro e…Lui chi?Raziel!
Time to take her home her dizzy head is conscience laden
H- riconsiderò rapidamente la situazione, l’introduzione della variabile Charlotte aveva fatto saltare completamente i suoi piani. Senza indugiare ulteriormente le fece passare un braccio sotto la spalla. Vieni, ti porto a casa.

Aveva appena varcato la soglia della stanza quando vide la porta principale della suite aprirsi e due uomini fare il loro ingresso trascinandone a forza un terzo molto più alto.
Rimase bloccato nel vano della porta sorreggendo la ragazza mentre altri tre uomini facevano il loro ingresso. Il terzo di loro si voltò esattamente nella sua direzione.
Incrociare gli sguardi fu sufficiente ad entrambi per riconoscersi.
Konnichiwa Haruken San, ci incontriamo ancora.

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