17
2002
Turn on the bright lights
ora come ora ho due possibilità. posso lavare velocemente i piatti per portare prima fuori mia moglie considerando che mia moglie possa farmi il culo se non li lavo sufficientemente bene e non glieli ripongo sgrassati e lustrati e lavati e stirati a dovere, oppure posso prendermela più con calma e passare bene la spugna in ogni interstizio di piatti e posate tenendo in conto che mia moglie possa farmi il culo se arriviamo in ritardo dato che lei è giè truccata e vestita e pulita e profumata nell’anticamera che cammina avanti e indietro con i suoi tacchetti del cazzo e in faccia un dito di fondotinta marrone,
lei che sputava duro sulle vetrine e su tutto quello che contenevano quando avevamo diciassette anni ed eravamo ubriachi marci il sabato sera, guardala adesso, non è tanto il fatto che sulle vetrine non ci sputa più, non è il fatto che adesso apre la porta a vetri e con la carta alla mano si fa consegnare un po’ quello che vuole,
il fatto è che mi chiedo se se la viva ancora intorno e addosso questa città buia, per cui venti anni fa scrivevo sul retro dei tovaglioli del bar crocevia di illusioni, mercanti e pedoni, la città che una volta ci apparteneva e noi non appartenevamo a lei, non ai suoi portici sporchi né ai suoi numi tutelari, né alle piastrelle spezzate, accatastate.
già sapevamo che ci stavano prendendo per il culo, da qualsiasi parte ci voltassimo ci avrebbero comunque presi per il culo, se non ci avevamo pensato già noi da soli in quel lunghissimo frattempo, in quelle notti che duravano anni, la curiosità e la disperazione erano magnifiche scusanti, la verità era che non avevamo più idoli, simulacri (non al dio fiume che urla più in basso, vena scorticata del mondo, e non è sazio mai), non avevamo domande che non fossero già state poste (né agli sguardi della gente che ci guardava passare), non avevamo nomi che non ci fossero stati imposti (non alle gambe stracche ed i graffi, non alle corse più lunghe del tempo), ricalcavamo sempre i passi di qualcuno venuto prima (addormentato ubriaco nel sole) ed eravamo convinti di essere veri. di essere pieni, essere vivi, vedere il sangue e vedere il cuore. state a vedere come si muore, dicevamo, siamo gli ultimi buffoni sulla piazza, freschissimi.
poi abbiamo cominciato a cadere, come le mosche, cadere piano e cadere tutti, senza fare rumore eccessivo, e nella linea delle mosche spiaccicate a terra vedevi un disegno molto più ampio, o credevi di vederlo, ed era esattamente uguale. abbiamo smesso i cocci e le bottiglie. guardaci adesso, facce in scatola in muri di plexiglas, tutte allineate sugli scaffali, facce da culo intercambiabili, il matrimonio, la zia, lo zio.
non so come sia cominciata, non so esattamente quando abbiamo realizzato di essere troppo stanchi. dev’essere cominciata molto prima di arrivare qui, molto prima, forse ancora prima degli sputi sulle vetrine, della luna alta e dei bidoni rovesciati, molto prima di tutto questo, forse in quella spada sospesa che dio ci annoda sopra la testa alla nascita, forse in quel senso di colpa, forse. potrei chiederlo a lei adesso, ma ha finito di andarsene in giro per i cazzi suoi fissando la luna, adesso sta semplicemente espletando un dovere sociale, se avesse saputo si sarebbe ammazzata, ci saremmo tutti ammazzati in una notte più chiara e più vuota. non saprebbe rispondermi.
crollata l’illusione di essere speciali, rimanevamo solo noi. crollati noi, cosa rimane?
in fondo, sta solo ed esclusivamente a noi. in fondo potrei anche prendere la porta ed andarmene, adesso. in fondo, lo posso ancora fare.
– vado a prendere le sigarette
-, le disse, come nel più ritrito dei copioni. lei non disse niente, gli occhi persi sotto all’ombretto e alla terra. forse non aveva nemmeno sentito il bisogno di fermarlo.
dopo cinque minuti, sentì la chiave che girava nella toppa, il marito che tornava. senza sollevare gli occhi dal pavimento, andiamo, le disse interrogativo, e sì, le disse lei, ravviandosi i capelli stinti.
tweets
- un'amica mi scrive "mi sono sciolta al concerto dei Moda'". ma è il tipo che canta "poi ti graffio poi ti frusto con il boa di struzzo"? bah
- E comunque assumetemi, miglioriamo la convention! Io propongo Las Vegas in hotel 5 stelle con concerto di Elvis
- Miglioramento della user experience del sito Internet e ottimizzazione delle convention del canale Internet (attività di SEM) #jobads #fail
- @dilestella quindi stai tweetando nuda?
- @Hazelycious ahh dal Mac dici. no, avevo fretta di infilarmi in metro e tornare a casa...








