gen
10
2003

Un amore di carta di riso

di Harlequin  //  Deliri, Racconti  //  Commenti disabilitati  // 

La pioggia cadeva incessante fuori dalle finestre del palazzo dell’imperatore.
Il fossato scavato di fresco si andava riempiendo goccia a goccia andando ad alimentare mille rigagnoli che confluivano molto più in basso nel tumultuoso fiume sotterraneo.
L’uomo appoggiato al pannello spingeva lo sguardo oltre la superficie increspata dello stagno
cercando di penetrarla e scorgere le carpe ben nascoste sul fondo limaccioso dove l’acqua era ferma e scura.
“Anche voi” pensò Kublah “rifuggite la mia malinconia, amiche dalla testa metallica”.

this is ground control to Major TomIl vasto palazzo sembrava disabitato, nessun servitore da giorni osava avvicinarsi all’imperatore per paura dei suoi improvvisi sbalzi d’umore. Nessuno osava avvicinarsi eppure tutti da distante lo osservavano dietro i pannelli scorrevoli e le porte trabocchetto.
Quando Kublah cadeva sfinito sul giaciglio, solitamente poco prima del sorgere del sole, provvedevano a sistemare nelle sue stanze vassoi di provviste e bevande rinfrescanti ed abiti nuovi e puliti.
Tuttavia Kublah non abbandonava mai la sua vestaglia di seta pesante e ricamata; passava ore a guardare fuori dalla finestra oppure adagiato sui cuscini come in preda ad uno stupore ovattato. La sua mente andava ai giorni delle conquiste ormai passati e si vedeva cavalcare lungo le steppe sconfinate seguito dai suoi cavalieri vestiti di seta e d’acciaio. Si vedeva affondare nella neve livida sotto lune straniere e si sentiva ancora giovane e forte.
Molto più spesso, semplicemente, la sua mente andava al suo usignolo argentato, il suo tesoro perduto.
La sua gabbia aperta era rimasta nella sua stanza come un monito imperituro della caducità del suo potere.
Possedeva terre e ricchezze oltre ogni dire, poteva fare saltare una testa con un gesto annoiato, eppure non era stato capace di tenere con sé un piccolo uccellino.

Mentre rimuginava su questa situazione fu ridestato da una vibrazione argentina nell’aria della stanza. Presto gli fu chiara la fonte di questo suono, era Lynn-mei, la più fedele tra i suoi servitori, venuta a suonare il guzheng per alleviare la sua pena.
L’imperatore si voltò a guardarla e non si sorprese di vederla lì dove era solita sedere con la cetra in grembo. I capelli bianchissimi che parevano tessuti nel latte di capra le scendevano in due ciuffi dritti e paralleli ad incorniciare un ovale di perla in cui spiccavano due mandorle color del topazio. Parlava raramente ma spesso cantava e quella sera cantò per lui con voce ferma ed armoniosa.
Gli cantò del lago di Hali in cui si specchiavano le lune gemelle e dei porti dell’occidente battuti dal vento. Gli cantò di un imperatore saggio che aveva perduto il suo usignolo con la prima brezza dell’anno nuovo e di un imperatore scellerato che non si dava pace.
Gli cantò di come ogni usignolo sia nato per volare libero fuori dai confini angusti di una gabbia ancorché preziosa e sicura.
Gli cantò infine di come l’usignolo era salito in cielo e si poteva scorgere tra le stelle della sera. A guardare bene c’era un filo argentato che lo teneva sempre legato all’imperatore. L’usignolo poteva andare dove voleva ma non si sarebbe mai perso nel freddo siderale.
L’imperatore saggio aveva aperto la sua gabbia e lasciato che il destino seguisse il suo corso e l’imperatore scellerato non poteva fare nulla per cambiarlo.

Kublah prese un dattero intriso di oppio dal vassoio e si rimise a guardare fuori dalla finestra. La tempesta pareva essersi placata e le stelle brillavano tremule nell’oscurità. Chiuse gli occhi e lasciò che una lacrima gli segnasse il volto mentre il palazzo si inclinava sul suo asse sotto la spinta dei razzi propulsori e si allontanava dall’orbita planetaria.

commenti chiusi.